Secondo la
Convenzione Internazionale di Ramsar (in: Montemaggiori,A.,1996), per zone umide
si intendono ambienti diversi; ad esempio: acquitrino, palude, torbiera…..Tra
questi troviamo zone naturali e artificiali, di cui alcune temporanee altre
permanenti. Le acque di queste zone possono essere ferme o correnti con una
concentrazione di cloruro di sodio variabile: abbiamo così acque dolci,
salmastre e salate.
L’importanza delle zone umide è legata all’elevatissima biodiversità. Questa biodiversità è anche frutto della notevole produttività dovuta, tra l’altro, all’accumulo dei nutrienti provenienti dai fiumi e dal mare (attraverso le maree). Per fare un esempio, in Italia esistono 469 specie di uccelli di cui il 40% è legato più o meno ad ambienti umidi.
L’estensione attuale delle aree umide in Italia è stimata in 190000-300000
ettari di territorio, contro i quasi 3000000 di ettari dell’epoca romana,
corrispondente a 1/10 del territorio italiano; negli ultimi 2000 anni si è
inoltre perso il 60% delle aree umide europee.
Importanti pure sono le innumerevoli funzioni delle aree umide, tra cui:
·
Mantenimento microclima
·
Controllo
inondazioni
·
Trattenimento sedimenti
·
Vie di
trasporto
·
Turismo
·
Ricreazione
·
Produzione
cibo
·
Produzione
materiali vari
Le
zone umide sono ad alto rischio di degrado, causato:
·
dalle opere di
bonifica, effettuate sia per l’insalubrità del luogo legata fondamentalmente
alla presenza della
malaria,
sia per ricavare terra
per l’agricoltura.
·
Dai cambiamenti climatici, dovuti
all’effetto serra. Ad esempio
-
Il cambiamento della temperatura dell’acqua può comportare una minore presenza
di ossigeno
per
gli organismi acquatici (la concentrazione di ossigeno nell’acqua è inversamente
proporzionale
alla temperatura dell’acqua).
·
Dall’inquinamento, il quale può
provocare:
- morie ittiche;
-
alterazioni qualitative
dell’ambiente (eutrofizzazione);
- alterazione fisiologica;
Per quanto concerne il territorio ispicese le
zone umide sono costituite principalmente dai pantani, depressioni con acque
basse, che si asciugano completamente, o quasi, in estate. Li troviamo lungo
tutto il perimetro costiero ed anche nella parte retrostante, nell’ambito della
fascia litoranea che è uno degli elementi che caratterizzano la morfologia del
territorio ispicese, costituita da sabbie marine che si estendono per la
profondità di circa 3 km.
Nella nostra zona sono rimasti solo tre pantani: Gorgo Salato, Bruno e Longarini. Il più grande di questi è il pantano Longarini che si trova condiviso tra il territorio ispicese e quello pachinese. Questi “Pantani Iblei” sono separati dal mare solo da un cordone sabbioso più o meno ampio, ma sono in genere collegati con esso mediante canali. La presenza del mollusco Cardium edule, evidenzia l’origine marina e la stagnazione dell’acqua di questi ambienti. Sul fondo, durante il periodo invernale e primaverile, sono presenti popolazioni di Lamprothamnium papulosum o di Ruppia m.
Nel passato i pantani d’acqua dolce erano piuttosto dei laghetti e stagnavano di meno.
Per quanto riguarda l’utilizzo storico da parte dell’uomo, negli specchi d’acqua si pescava con la ‘rizza’, mentre nelle zone basse vicine, ricchissime di humus, erano coltivati riso, canapa, iunco, lino, canne e foraggio per animali. I pantani di acqua salata invece, erano trasformati in saline: il Longarini, per esempio, produceva una buona quantità di sale, che nella stagione estiva veniva in parte esportato.
A partire dal 1910 iniziarono le prime opere di
risanamento dei pantani, con una rete di canali in terra: fu creato un emissario
lungo 3,5 km con sbocco a S.Maria del Focallo, che doveva prosciugare i pantani
Bruno, Gariffi e Margio. Nel piano di trasformazione fondiaria del Consorzio di
Bonifica delle Paludi di Ispica, fu calcolato che la superficie complessiva
della parte bassa del comprensorio ricadente per lo più nel territorio ispicese,in
cui era necessaria la bonifica idraulica era di ca.2530 ha. Da queste zone erano
esclusi per il momento i pantani Longarini, Cuba, Bruno e Gorgo Salato. Per
l’irrigazione era previsto il sollevamento con pompe delle acque basse e la
distribuzione con canalizzazione. Si prevedeva la costituzione di aziende
irrigue e miste con sensibile aumento della produzione nei frutteti ed ortaggi e
nel grano e nei foraggi. Inoltre,si prevedeva il rinsaldamento delle dune con
piante forestali e la messa a coltura con vigneti di una parte di esse.
Verso gli anni ’50-’60 fu completata l’opera di prosciugamento mediante la costruzione del canale circondariale, necessario per proteggere il settore centrale del territorio delle acque alte; fu costruito il bacino artificiale nella zona dell’ex pantano Gariffi e fu completato l’impianto di sollevamento delle acque basse.
In questi ultimi decenni il consorzio ha provveduto alla sistemazione idraulica con canali ed impianti di pompaggio del Favara (ancora da completare) e di altri torrenti. Nel 1988 venne presentato un progetto, successivamente bocciato, che prevedeva l’acquisizione e la recinzione delle aree dei pantani e la rimozione della loro crosta salina superficiale (Trigilia, 1995).